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MARZO 2026
Leggere “con” i bambini fin da piccoliUn adulto che legge ad un bambino compie un duplice atto d’amore. Da un lato avvicina il proprio figlio alla lettura, dall’altro gli dedica tempo e attenzioni. La lettura può diventare così uno straordinario mezzo di comunicazione tra genitori e bambini, un modo intenso e divertente per aiutare i più piccoli a crescere. Affinchè tutto ciò avvenga la lettura deve essere un’esperienza gratificante anche per l’adulto che legge. La voce della mamma o del papà, e il tempo passato con il proprio figlio, creano un momento privilegiato nella relazione, che fa bene a tutta la famiglia. Il dialogo che si crea tra adulto e bambino è da ritenere fondamentale per l’acquisizione del linguaggio, in quanto attraverso le parole del libro e le descrizioni delle immagini, in particolare grazie all’uso di domande aperte, si aiuta l’ascoltatore ad assumere un ruolo attivo, aumentando così il suo vocabolario e le sue competenze linguistiche. In questo modo impara precocemente a costruire ed astrarre significati da un testo. Si creano situazioni di piacevole empatia e si instaura una rara complicità, paragonabile a quella che si crea durante un gioco condiviso. Nel primo anno di vita il bambino inizia il processo di conoscenza della realtà che avviene attraverso i cinque sensi e tramite le esperienze concrete che vive. Il contatto fisico con l’adulto è fondamentale. E’ consigliabile proporre dei libri di tipo tattile, morbidi e maneggevoli, costituiti da materiale atossico e facili da lavare. Sono libri fatti di vario materiale, come stoffa, plastica, gomma e spugna, possono avere buchi e finestrelle su cui agire per far apparire e scomparire un oggetto, possono essere sagomati con le forme di animali, e possono essere dotati di campanelli, specchi, ruote e inserti di varia consistenza da toccare, odorare, ascoltare e schiacciare, ma possono essere anche di cartone molto robusto con gli angoli arrotondati e di varie dimensioni, oggetti cioè con i quali il piccolo può giocare senza romperli e che sono in grado di sopportare il loro agito. Sul libro infatti il bambino esercita la sua azione: lo succhia, lo manipola, lo lascia cadere in terra e quanto altro, ricavando così le prime conoscenze sulla sua forma e sulle sue funzioni. Si tratta spesso di libri che permettono una comunicazione plurisensoriale.Tra il primo e il secondo anno di età ha inizio l’acquisizione del linguaggio come nomenclatura (classificazione degli oggetti). Dunque è bene leggere libri che lo invitano alla partecipazione e all’interazione, associando oggetti con parole e offrendo loro la possibilità di una semplice “botta e risposta”. Possiamo presentargli illustrazioni che riproducono in modo chiaro e nitido oggetti di immediata riconoscibilità e legati tra loro da riferimenti logici. Per questo il libro più adatto è quello formato da immagini e da una parte scritta che denomina l’oggetto o l’animale e che spiega l’azione o la situazione che sta vivendo il protagonista della storia. Le immagini facilitano nel bambino l’attivazione del processo di riconoscimento. Fra il secondo e il terzo anno di età si ha un rapidissimo sviluppo del linguaggio e inizia la formazione del cosiddetto senso della storia. Sono molto utili libri cartonati che raccontano brevi e semplici storie legate a elementi completamente riconoscibili da parte del bambino, routine domestiche, momenti rituali che scandiscono la giornata; oppure si può scegliere di presentare libri con lo stesso personaggio in situazioni diverse. Ai bambini piacciono storie di coetanei che narrano momenti di vita quotidiana (andare a scuola o al parco giochi), di amicizia, di fratelli o sorelle, ma anche libri fantastici, avventurosi. I testi devono essere semplici, in modo da poter essere memorizzati, “letti” autonomamente, o in modo che il bambino possa concludere la frase iniziata dall’adulto.
A cura della Dr.ssa Cristina Rizzi
Psicologa, Specialista in Neuropsicologia dell’età Evolutiva.
FEBRAIO 2026
Il contatto con il corpo del bambino è un elemento importante sia per il rapporto con il genitore, sia per il suo sviluppo sensoriale ed emotivo. L’uomo, come tutti i mammiferi, utilizza il contatto come canale di comunicazione non verbale e può considerarlo con diversi significati e connotazioni.
La richiesta di contatto da parte del bimbo può avvenire come consolazione di un disagio e soddisfazione di un bisogno, attraverso il pianto o delle espressioni del viso o dei movimenti del corpo e in questi casi va assecondata la necessità rispondendo con la propria presenza e rassicurandolo, sempre.
Ma in realtà il contatto ha un significato più ampio e profondo della semplice necessità. La pelle possiede recettori sensoriali che sono predisposti alla ricezione di sensazioni dello stato emotivo ed energetico non solo delle persone che prendono contatto con questo vero e proprio organo, ma anche dell’ambiente circostante. Queste piccole sentinelle chiamate priopriocettori sono abilitati alla percezione del corpo nello spazio (posizione, contatto con le superfici, temperatura ed energia interna ed esterna), ma anche delle emozioni e della sfera comunicativa che passa attraverso il meraviglioso senso del tatto.
Quando tocchiamo un bambino la prima sensazione che ci arriva è quella della morbidezza. La nostra pelle riceve il messaggio della ‘consistenza’, ma sono sicura che se ci riflettete sorriderete al pensiero che il tocco vi trasmette anche un immediato senso di benessere associato ad un sorriso; questo va considerato come primo step per leggere ciò che il contatto della pelle può trasmettere.
Nel bambino tutto questo è amplificato, considerando che il contatto è necessario per l’igiene, il cambio pannolino, la vestizione ecc, il bebè vive il senso del tatto come canale d’ingresso in molte situazioni e fino ai 9 mesi termoregola la temperatura del suo corpo solo dalla testa, dalle mani e dai piedi. Questo però non significa che il resto della pelle non ‘senta’ e che sia da toccare solo per il momento della pulizia o dell’essere tenuto in braccio…
Ecco perché è importante fin dai primi momenti considerare il contatto un momento importante.
Per questo oggi parliamo del massaggio al bebè.
Semplici movimenti con le mani su tutto il corpo del vostro piccolo sono un toccasana per rinforzare il rapporto con lui e aiutarlo nello sviluppo sensoriale e della percezione di sé. In particolare i momenti dopo il bagnetto o il cambio pannolino possono essere gustati come un momento di calma e rilassamento abbinando un dolce e lento massaggio. Il tocco è dolce e soffice, si occupa di ogni distretto corporeo del bebè ed lento e armonioso per trasmettere fiducia e calma, rilassare eventuali tensioni e contratture, ma soprattutto comunicare in silenzio o con parole sussurrate, profumi delicati e luce soffusa nella stanza, una giusta e confortevole temperatura… proprio come in un centro benessere.
Questo momento rafforzerà la diade (sono bravissimi e super consigliati anche i papà!!!), migliorerà nel bimbo la qualità del senso del tatto e della percezione del proprio corpo, ma soprattutto lo aiuterà a sviluppare una profonda fiducia e un atteggiamento positivo nei confronti del contatto con le persone e della comunicazione non verbale anche nel rapporto con voi.
Sono consigliati prodotti naturali come olii (lavanda, arnica, mandorle dolci ecc) oppure creme di texture leggera e priva di eccipienti come siliconi e derivati del petrolio con profumazioni naturali o meglio senza particolari aromi. Se volete essere assistiti nei primi momenti ed essere rassicurati sui movimenti e sulle tecniche di massaggio potete contattarmi e vi aiuterò a scoprire questo fantastico mondo che regala emozioni e momenti indimenticabili.
Prendetevi una delle cose più preziose che abbiamo, il tempo e godetevi questa esperienza, anche quotidianamente, regalando al vostro piccolo e a voi momenti di benessere e qualità con tanti sorrisi e Amore, nutrienti fondamentali per genitori e bimbi sereni (la mia missione).
A cura della Dr.ssa Marletta Daniela Puericultrice e Osteopata Pediatrica
GENNAIO 2026
Dialogo e scontro tra quello del bimbo e quello del genitore
In ognuno di noi c’è una piccola bimba o un piccolo bimbo che nell’infanzia ha trascorso momenti difficili e a volte ha subito traumi. Spesso cerchiamo di dimenticare i periodi dolorosi per proteggerci e difenderci da future sofferenze, perché crediamo di non poterle sopportare e scacciamo quindi ricordi e sentimenti, non curandoci più di quel piccolo dentro di noi. ll bambino interiore è una parte della nostra personalità che resta sempre piccola, e che quindi mantiene in sé le caratteristiche legate al mondo dell’infanzia.
È l’aspetto di noi che porta nella vita la giocosità, la creatività, lo stupore, il contatto con la luce interiore, ma anche il bisogno, la vulnerabilità È una parte della nostra personalità che non invecchia, ma è sempre presente dentro di noi. Mantiene le caratteristiche legate al mondo dell’infanzia.
Attirare l’attenzione per essere ascoltati e gioire (insieme)
Il bambino interiore è sempre presente, chiede ascolto, considerazione e di non fuggire da lui, ma la tendenza è quella di non ascoltarlo per non affrontare quella parte, una parte che dovrebbe essere un tutt’uno con il nostro vissuto interiore, soprattutto da adulti e ancora di più se si è genitori. Prendersi cura di noi stessi profondamente e consapevolmente aiuterà a specchio il bambino che rivedrà in lui la possibilità di sentirsi sereno nel dialogare con il genitore e la sua parte più profonda. Se si guarda questa realtà della sfera emotiva sarà più semplice avvicinarci ai figli grazie al dialogo reciproco che si instaurerà, acquisendo consapevolezza ed essendo disponibili a vedere questa dinamica, riuscendo così a porsi nei confronti del proprio figlio in modo più leggero e amorevole, contrastando la tendenza a farsi prendere dall’ansia della responsabilità e dell’autorevolezza della figura di genitore.
La pratica dell’ascolto compassionevole (cioè ascoltare l’altro con profondità e comprensione) sta alla base di un buon rapporto tra genitore e figlio; è reciproco, nutriente e, come verso il bambino interiore, ha bisogno di presenza e consapevolezza L’Io Genitore si sviluppa sul modello di quello che l’adulto ha appreso dai genitori. Ovviamente a seconda del tipo di genitore che si è in grado di mettere in scena si creano reazioni diverse dell’Io bambino.
Per esempio un Genitore Interiorizzato affettivo consentirà una libertà espressiva ed emotiva del nostro bambino interiore, mentre un genitore autoritario e fortemente normativo genera una reazione di paura, insicurezza, inadeguatezza e repressione.
Si parla di bambino interiore indicando il cammino da percorrere per liberarlo dai condizionamenti negativi dell’infanzia, conquistando una maggiore consapevolezza di noi stessi. Il bambino interiore sarebbe quella parte energica, viva e soddisfatta presente in ognuno di noi, che è necessario ricontattare per trovare il nostro vero Io.
Cerca di diventare il genitore che avresti voluto avere.
Il bambino nascosto dentro di noi è quello che sta dietro ogni comportamento e sintomo infantile, ma anche quello che ognuno di noi adulti si porta dentro, proiettandolo spesso inconsapevolmente sui bambini (figli, ma non solo) che incontriamo nella nostra vita. Scoprire il complesso mondo interiore del bambino nascosto dentro di noi ci permette di riappropriarci delle nostre emozioni, riconoscerle e ricondurle alla nostra infanzia, ma anche capire come queste non siano da attribuire ai bambini che ci circondano. Questo consente di <strong>non inquinare le relazioni con il mondo dei più piccoli perché si diventa più consapevoli di ciò che viviamo, sentiamo, proviamo, riuscendo di conseguenza ad interpretare ciò che un bimbo ci trasmette in maniera più neutra possibile, senza leggerlo con un codice che in realtà è frutto del nostro vissuto in passato, ad esempio in sofferenza
Aprire queste porte, iniziare a osservare, notando la varietà di emozioni e i particolari aspetti che abbiamo vissuto o non vissuto mentre crescevamo nella nostra famiglia di origine è il primo passo per iniziare ad ascoltare quella parte di noi spesso dimenticata, che è invece la parte più importante nelle relazioni con noi stessi e con gli altri. Ecco che così il genitore può aiutare il bimbo a crescere accompagnando l’evoluzione di questa entità che appunto in alcune teorie è considerato il nostro vero Io, la nostra vera Essenza e che può diventare il nostro alleato per un’esistenza improntata nel presente, nella presenza costante, nella consapevolezza di sé.
Conoscere il bambino interiore per poterlo valorizzare.
L’adulto che utilizza, nel suo modo di essere, solo il bambino interiore, che lo mette in evidenza, può apparire sicuramente gioioso, simpatico, compagnone, con una grande facilità di rapporti, ma può essere totalmente incapace di prendere decisioni, di assumersi delle responsabilità, di sacrificarsi, di fare le cose regolarmente. È una persona cara, ma ha sempre bisogno di qualcuno a cui appoggiarsi, che non sa davvero accudirsi e cavarsela da solo. Allora, crescere e diventare adulti è necessario, è una cosa positiva. Ma come crescere e diventare adulti, senza perdere il senso della totalità, della creatività, della gioia, come uscire dalla vita fantastica dell’infanzia mantenendo intatti i valori del bambino. Bisogna conoscere il proprio bambino interiore nelle sue contraddizioni, nei suoi aspetti molteplici, nel suoi lati luminosi e di ombra, non c’è altra strada. Conoscere, riconoscere, accettare questa parte di noi, farla fiorire per recuperarne le qualità.
È necessario restare bambini pur essendo diventati adulti.
Recuperare la spontaneità, la creatività, la fantasia, l’equilibrio nel mondo adulto, significa quindi non vergognarsi ad esprimere le proprie emozioni, a chiedere, a non cristallizzare il dolore, il rifiuto, lo scompenso.
Bambino e genitore in dialogo e competizione. Mi capita spesso di assistere famiglie che mi chiedono un parere su dinamiche di scontro e incomprensione, ed è sempre più frequente trovare adulti in difficoltà. Lo sono perché non hanno la capacità di riconoscere, ascoltare e valutare le proprie emozioni e si trasformano in persone rigide e ansiose, incapaci di osservare i loro figli con la gioia e la curiosità di scoprirsi ogni giorno insieme, come ogni genitore dovrebbe fare, anche nei momenti di difficoltà. Si instaura così una dinamica di scontro e opposizione in cui il genitore dice; sarebbe meglio che mio figlio facesse così, proprio perché non riesce a guardare con neutralità la situazione, ma si pone come figura di riferimento che, dettando regole, pensa di aiutare il bambino. Questo atteggiamento riflette spesso a specchio ciò che il genitore ha vissuto come figlio, dove per educazione, altri transfert dalle generazioni precedenti e incapacità di dialogare con la propria essenza, manifesta disagio nei confronti del figlio provando ad imporre il proprio punto di vista, che è in realtà frutto di un’esperienza già vissuta e non elaborata
Sono convinta che il dialogo che dà spazio, anche attraverso un contatto silenzioso (che comunichi l’amore profondo tra genitore e figlio) e la comprensione con compassione, sia la base di un rapporto libero da catene che può portare l’adulto a tornare a sorridere al proprio bimbo interiore e al bambino ad essere un adulto migliore in futuro, instaurando un rapporto di stima reciproca, sostegno e dialogo, insieme alla gioia di educare e imparare.
A cura della Dr.ssa Marletta Daniela
Puericultrice e Osteopata Pediatrica
a cura della Dott.ssa Cristina RizziPsicologa, Specialista in Neuropsicologia dell
’Età evolutiva